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Lunedì, 20 maggio 2019 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Illegittima la nuova pretesa IVA all’importazione sulle royalties

L’IVA interna e l’IVA all’importazione sono il medesimo tributo e il reverse charge integra una modalità di effettivo assolvimento dell’imposta

/ Lorenzo UGOLINI

Sabato, 18 maggio 2019

La Cassazione, con la sentenza n. 13384 depositata ieri, da un lato ha individuato ulteriori indicatori del controllo in presenza dei quali i diritti di licenza devono essere tassati in dogana, dall’altro, ha ribadito che l’IVA sulle royalties assolta dall’importatore/licenziatario mediante inversione contabile non può essere nuovamente pretesa dall’Amministrazione doganale.

Nel caso di specie, una società aveva importato merce senza dichiarare, all’atto dello sdoganamento, i diritti di licenza, asserendo che questi non costituivano una condizione di vendita e, pertanto, non dovevano essere inclusi nel valore doganale dei beni.
I giudici di secondo grado, in accoglimento dell’appello dell’Ufficio, avevano confermato la pretesa impositiva, sia in relazione ai dazi che all’IVA, in quanto dalle clausole del contratto di licenza si sarebbe evinto un controllo implicito del licenziante sul fornitore extra-Ue, idoneo a integrare il requisito del “legame” necessario per determinare la rilevanza delle royalties in dogana (art. 143, par. 1, lett. e) del Reg. CEE 2913/1992; attuale art. 137 del Reg. Ue 2447/2015, c.d. RE).

In sintesi, i presupposti di tassazione doganale dei diritti di licenza, secondo la normativa in vigore fino al 30 aprile 2016, oggetto della sentenza in commento, sono rappresentati da tre condizioni cumulative: le royalties non sono state incluse nel prezzo effettivamente pagato o da pagare; esse si riferiscono alle merci importate; l’acquirente/importatore è tenuto a versarle come condizione di vendita dei beni da valutare (artt. 157 e 160 del Reg. Cee 2454/1993, c.d. DAC; attuale art. 136 del RE, con la precisazione che i requisiti ivi previsti per la tassazione in dogana delle royalties sono alternativi e non cumulativi).

La rettifica a posteriori dell’Ufficio relativamente al valore doganale comporta la notifica all’operatore economico di una “triplice” pretesa impositiva costituita da: maggiori dazi dovuti dall’inclusione delle royalties nella base imponibile; maggiore IVA sui maggiori dazi; maggiore IVA all’importazione sui diritti di licenza.

Con riferimento alla daziabilità delle royalties, la Cassazione ha rilevato che occorre valutare se sussiste, in concreto, una “condizione di vendita”, ossia la prova che il fornitore estero – o una persona a esso legata – ha il diritto e il potere di richiedere all’acquirente di pagare la royalty, con la conseguenza che egli non sarebbe disposto a vendere le merci senza che sia pagato il diritto di licenza (cfr. WCO, Commentario 25.1). In particolare, quando il beneficiario delle royalties è un soggetto diverso dal venditore extra-Ue, occorre verificare se il licenziante esercita un controllo sul fornitore, tale che l’importazione delle merci è subordinata al versamento, a suo favore, dei diritti di licenza.

Tale legame può essere sia esplicito, quando l’operazione è subordinata espressamente all’assolvimento delle royalties, che implicito, quando il rapporto di subordinazione si evince dal tenore delle clausole contrattuali (Cass. n. 8473/2018).
Nel caso di specie, i giudici di legittimità hanno confermato la pretesa erariale, desumendo il controllo del licenziante sul produttore estero “dalle previsioni del contratto di licenza, in relazione al potere di controllo riservato al licenziante su tutte le fasi della produzione, comprensivo anche della facoltà di visita degli stabilimenti di fabbricazione e di coordinare la cessazione della produzione laddove i prodotti non fossero corrispondenti ai prototipi approvati, al potere alla medesima conferito di vietare la vendita dei prodotti a determinati grossisti senza il suo specifico consenso e, infine, al divieto alla produzione non autorizzata di prodotti di ditte concorrenti senza il consenso del licenziante o dalla stipulazione di nuovi accordi con concorrenti”.

L’IVA all’importazione costituisce tributo interno non assimilabile ai dazi

Sotto il profilo dell’imposta sul valore aggiunto, invece, la Cassazione ha ribadito che l’IVA interna e l’IVA all’importazione sono il medesimo tributo e che il reverse charge integra una modalità di effettivo assolvimento dell’imposta, con la conseguente illegittimità della contestazione relativa al pagamento dell’IVA all’importazione sulle royalties.

In particolare, i giudici hanno affermato che “l’IVA conseguente all’importazione (…) costituisce tributo interno non assimilabile ai dazi sebbene condivida il fatto di trarre origine dall’importazione nell’Unione e dall’introduzione nel circuito economico degli Stati membri, sicché può essere assolta mediante il meccanismo del reverse charge”.
In definitiva, l’assolvimento dell’IVA sulle royalties con inversione contabile elide la pretesa impositiva corrispondente, ma non quella relativa all’IVA sui maggiori dazi, dovuti a seguito dell’inclusione dei diritti di licenza nel valore doganale della merce.


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