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Sabato, 6 giugno 2020 - Aggiornato alle 6.00

LETTERE

Senza interventi efficaci, il «contagio da fallimento» travolgerà le imprese

Giovedì, 9 aprile 2020

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Gentile Redazione,
la norma del decreto “Liquidità” impedirebbe fino al 30 giugno di richiedere il fallimento di un’impresa (con l’unica eccezione dell’istanza del Pubblico Ministero accompagnata da richiesta di provvedimenti cautelari per contrastare eventuali comportamenti dissipativi del debitore).

Colpisce lo scarso orizzonte temporale di questa disposizione, volta a congelare per poco tempo la situazione delle imprese, prima dell’esplosione della crisi da virus.
È preoccupante l’ipotesi di una valenza normativa di così breve portata, poiché non vi è dubbio che le manifestazioni dell’insolvenza esploderanno soprattutto dopo giugno 2020 ed in particolare nel prossimo anno.

Va poi tenuto conto che la crisi è globalizzata e le possibilità del nostro recupero derivano anche dalla ripresa delle economie e dei mercati esteri (si pensi solo per fare un esempio ai nostri settori del turismo e del Made in Italy in genere). Non è detto neppure che tutto ritorni ai livelli pre crisi entro il 2021, anzi da più parti si pensa addirittura al 2022.

Se quindi siamo di fatto entrati in un’economia di guerra, occorre rivedere completamente anche diversi assetti normativi, ivi compreso l’attuale diritto fallimentare vigente, che ovviamente non contempla la situazione eccezionale che stiamo vivendo.
Scopo storico della legge fallimentare è sempre stato quello di estirpare dal tessuto sano dell’economia, l’impresa insolvente per circoscrivere i danni al Sistema Paese.

Oggi, piuttosto, a causa della attuale situazione mai vissuta prima, si rischia il fallimento di buona parte del nostro sistema economico fondato sulle piccole e medie imprese, sempre che non si intervenga con prontezza e decisione.
Non basta soltanto procedere al rinvio del nuovo testo del Codice della crisi d’impresa (la cui entrata in vigore era in origine prevista per il prossimo agosto), anch’esso peraltro inadeguato per fronteggiare l’attuale crisi.
Occorre invece fissare nuove regole per evitare che debbano essere dichiarate fallite moltissime imprese che a tutti gli effetti risultavano sane prima dell’attuale crisi.

Gli studiosi della materia in questi giorni stanno ipotizzando diverse misure per consentire una sorta di ibernazione della situazione, ovviamente solo per i soggetti meritevoli, al tempo stesso incolpevoli della crisi e dei conseguenti provvedimenti che hanno imposto la chiusura o il ridimensionamento aziendale.

Da più parti si chiede comunque di avere il coraggio di attuare con estrema urgenza dei provvedimenti normativi con una prospettiva proiettata almeno fino alla fine del 2021.
E non va dimenticato che un intervento lungimirante in questo ambito, potrebbe contribuire a restituire un minimo di serenità e stabilità a tutti i soggetti interessati (imprenditori, dipendenti, investitori, ecc.); anche questo non è un aspetto da sottovalutare e aiuterebbe a far ripartire gradualmente i traffici ovvero la domanda e la fiducia da parte dei mercati.

Rimanendo invece fermo il quadro normativo attuale, il rischio di un default generalizzato diventerà altissimo, con tutte le tensioni conseguenti.
È appena il caso di ricordare che il fallimento di una impresa, non di rado provoca poi ulteriori insolvenze a catena nei confronti di chi non riesce più a riscuotere i propri crediti, ovvero disoccupazione nonché perdita di gettito per le finanze pubbliche.
In definitiva, se non si interviene con efficacia e rapidità, il “contagio da fallimento” travolgerà moltissime imprese italiane, seminando macerie economiche e sociali incalcolabili.


Marco Abbondanza
Presidente ADC Liguria

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