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Sabato, 27 novembre 2021 - Aggiornato alle 6.00

OPINIONI

Le politiche di categoria tengano conto del territorio

Da Nord a Sud, cambia il volto della professione che, oggi, non può non essere coinvolta nei generali processi di decentramento tra Stato e Regioni

/ Marco PEZZETTA

Mercoledì, 28 luglio 2010

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STAMPA

Lunedì scorso, sulla stampa nazionale, è apparso un articolo che sintetizza la disciplina comunitaria di svolgimento delle libere professioni mutuamente riconosciute dagli Stati membri. Esso rappresenta lo spunto per prendere atto, una volta di più, dell’incardinarsi di regole sovrastatali relative alle attività economiche, ivi comprese le professioni intellettuali.
Questo percorso di coordinamento sotto un’unica legislazione, faticoso e alle volte difficile da comprendere, procede parallelo al progressivo crearsi di un’Europa delle “regioni”, nella quale le regole comuni trovano modo di convivere con le specificità dei singoli territori, che però, a loro volta, spesso non coincidono con i confini statali ma con aree più ristrette, caratterizzate da forti omogeneità culturali, sociali ed economiche.

È un trend trasversale, che porta a un progressivo decentramento di competenze dallo Stato alle Regioni e tocca diversi comparti: la scuola (con la valorizzazione delle minoranze linguistiche), il fisco e la spesa pubblica (con il federalismo, anni fa osteggiato da quasi tutte le forze politiche e ora comunemente accettato, se non auspicato), la sicurezza (con l’aumentato rilievo delle polizie locali, una volta – più semplicemente – vigili urbani).

È difficile immaginare che una professione viva e socialmente rilevante come la nostra sia estranea a questo processo. Ci si deve quindi chiedere se, in seno alla nostra categoria, a questo trend vada adeguata anche la politica a favore della professione.

Non v’è dubbio, infatti, che il modo con cui essa è svolta non è omogeneo sul territorio nazionale e, anzi, appare piuttosto vero il contrario. Ciò è evidente sia nell’organizzazione degli studi professionali, con una maggiore presenza di strutture aggregate nel Nord e nel Centro Italia rispetto al Mezzogiorno e con un maggior numero di laureati disposti al praticantato nel Sud, sia, probabilmente, nella tipologia di attività professionali svolte, con una maggiore rilevanza delle specializzazioni professionali e dei servizi meno “tradizionali” al Centro-Nord e con una più peculiare attenzione nel Mezzogiorno alle attività professionali connesse alla finanza agevolata, che in altre parti del Paese sono marginali. Si tratta probabilmente di una semplificazione, ma non di una mistificazione né, tanto meno, di un giudizio di valore.

Io credo che non tenere conto di questo aspetto significhi rischiare di compiere delle scelte fatte nell’interesse di tutti, ma non necessariamente per tutti utili. Al di là della facile obiezione che governare significa anche cercare il migliore compromesso fra diverse esigenze e privilegiare spesso l’obiettivo massimo raggiungibile a quello ottimo teorico, è possibile fare alcuni esempi.

Aver aggiornato la tariffa professionale è sicuramente un risultato di grande momento. Ultimamente, però, mi sembra che la crisi renda, in molte attività professionali, difficile (almeno per tanti dei colleghi che conosco io) applicare la tariffa, quella vigente s’intende. C’è da immaginarsi che l’aumento degli onorari non renderà più semplici le cose. Sono altrettanto convinto che questa difficoltà non sia sentita ovunque nello stesso modo e che, quindi, un’applicazione rigida della tariffa possa rappresentare più un vincolo che un’opportunità, un invito a “uscire” dal sistema piuttosto che una tutela per rimanervi con dignità. D’altro canto, i costi di esercizio della professione non sono ovunque uguali, così come la concorrenza, e quindi non si vede perché gli onorari non possano essere flessibili a dette diverse esigenze. Ecco un motivo (ma non il solo) per cui una riforma delle professioni che (re)introduca rigidità tariffarie, come sembra emergere da alcune notizie di stampa, a mio avviso sarebbe un boomerang.

Anche a causa della c.d. “disoccupazione intellettuale”, il Mezzogiorno del nostro Paese ha un’incidenza di praticanti e di giovani commercialisti più alta del Nord Italia, specie se rapportata al numero di imprese; sono inoltre più frequenti gli studi di singoli professionisti. Qui la creazione di studi associati è dunque, sostanzialmente, un processo di efficientamento e di realizzazione di economie di scala, necessarie per consentire ai giovani di svolgere la professione, grazie alla minore incidenza dei costi di struttura e alla mutualità del lavoro congiunto.

Per converso, nel Nord non c’è abbondanza di praticanti ed è piuttosto raro vedere sorgere (se non per scissione) nuovi studi. Ne consegue che i processi aggregativi servono soprattutto per consentire l’inserimento dei giovani negli studi esistenti e si va creando una “classe” di commercialisti che collabora con strutture professionali su clienti di queste, che è quasi perennemente sul mercato del lavoro, attenta a cogliere opportunità che ne valorizzino carriera e specializzazione professionale, per la quale è pressoché sconosciuto il momento organizzativo e commerciale della professione e che, se non sufficientemente assecondata dagli Ordini nelle proprie esigenze, troverà motivo di aggregazione principalmente nelle problematiche previdenziali e assistenziali.

Un terzo e ultimo esempio è quello dello sviluppo delle prerogative. Nel Nord mi sembra molto sentita la necessità di un riconoscimento giuridico delle specializzazioni, indispensabile a formalizzare una segmentazione del mercato già in atto e a valorizzare le competenze “verticali”. Al contrario, nelle aree economicamente meno sviluppate del Paese, questo processo pare avere come obiettivo il riconoscimento “ufficiale” di attribuzioni spesso legate “a tariffe in convenzione” perché connesse ad attività professionali espressive di servizi a tutela del pubblico interesse, inteso in senso lato.

In definitiva, rischiando la banalizzazione, mentre le politiche necessarie al Sud del Paese sembrano doversi indirizzare a garantire occasioni di lavoro, nel Centro-Nord la professione pare necessitare di una politica mirata a esaltare il valore aggiunto delle prestazioni professionali, spesso specialistiche.

Claudio Siciliotti e l’intero Consiglio Nazionale stanno facendo un grandissimo lavoro, sia nel senso del riconoscimento del ruolo sociale della professione sia in quello della valorizzazione delle sue competenze tecniche, ma, nell’ottica di pensare (sempre) al futuro, mi sembrava opportuno svolgere le considerazioni che ho appena espresso, come contributo a un dibattito interno vivo e sincero per cogliere il prima possibile alcuni indicatori – ritengo – significativi.

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