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EDITORIALE

Maradona, Bagni e il «nuovo modello culturale»

/ Enrico ZANETTI

Giovedì, 9 settembre 2010

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Coincidenza vuole che, nel volgere di pochi giorni, il mondo del calcio si riveli ripetutamente fecondo di spunti e riflessioni sul nostro fisco (si veda “Ibrahimovic, Robinho e le presunzioni del fisco per i comuni mortali” del 6 settembre 2010). Salvatore Bagni, ex calciatore del Napoli e grande amico di Diego Armando Maradona, ha scherzato sul fatto che il grande campione argentino potrebbe venire a festeggiare i propri 50 anni a Napoli, fermo restando però che avrà cura di venire senza orecchini e orologi, per evitare che gli agenti del fisco glieli sequestrino per le sue note pendenze plurimilionarie con l’Erario italiano. Una battuta, ovviamente, ma apriti cielo: quelli di Equitalia intervengono con un comunicato ufficiale, riportato per stralcio ieri anche da quotidiani come il Corriere della Sera, per scrivere che “Le frasi dell’ex calciatore Salvatore Bagni riportate dagli organi di stampa e riguardanti le pendenze con il fisco di Diego Armando Maradona dimostrano, ancora una volta, come sia necessario un cambiamento del modello culturale che ha favorito l’evasione fiscale nel nostro Paese”.

Quello del “nuovo modello culturale” è evidentemente il refrain ufficiale dell’estate 2010 per i vertici dell’Amministrazione finanziaria italiana. Anche il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, è intervenuto lo scorso agosto con una lettera su Il Sole 24 Ore apposta per sottolineare che uno dei principali problemi è rappresentato dal fatto che “quello che ancora non si afferma è il cambiamento di un modello culturale che ha favorito l’evasione e non solo” e che “è proprio per la promozione di una rinnovata coscienza civile che l’Agenzia sta portando avanti il suo impegno”. Visto che lo spunto di riflessione nasce dal mondo del calcio, mi sia consentito rimanere ancora per un attimo in questo ambiente e dire come Garzya (altro ex calciatore, all’epoca roccioso terzino del Lecce): sono completamente d’accordo a metà con il Mister.

I primi a essere consapevoli che, per riportare il fenomeno dell’evasione entro limiti fisiologici, non si possa prescindere da un cambiamento culturale, sono i commercialisti italiani. Non a caso, più di due anni fa, esprimendo un ragionamento da sempre condiviso all’interno della categoria, Claudio Siciliotti scrisse nel suo libro Protagonisti del cambiamento che “i soli controlli non potranno mai rivelarsi risolutivi, per quanto efficienti possano essere i funzionari dell’Agenzia delle entrate ed i militari della Guardia di finanza. […] Così come la mafia o la camorra non possono essere sconfitte con la più o meno episodica militarizzazione del territorio, allo stesso modo l’evasione fiscale in Italia non si può vincere solo con i controlli. In entrambi i casi serve una vera e propria rivoluzione culturale che consenta di eliminare anche il sottobosco di fiancheggiatori ed indifferenti”.

Se queste parole sfondano una porta che, per i commercialisti italiani, è da sempre aperta, perché allora, parlando con i colleghi e con quanti altri si occupano di fisco e amministrazione anche all’interno delle aziende, si percepisce un certo fastidio di fronte agli analoghi richiami, più o meno urlati, che si sono succeduti nel corso dell’estate appena trascorsa, a cura non soltanto dei vertici dell’Amministrazione finanziaria, ma anche di politici e sindacalisti? Forse è il fastidio di persone che amano i loro proclami solo fino a quando cadono nel vuoto e non desiderano invece vederli realizzati?
Non credo proprio.

Il punto è capire cosa si intende quando si parla di “nuovo modello culturale”. Per noi, liberi professionisti di questo Paese, nuovo modello culturale non significa un nuovo rapporto tra contribuente ed Erario (che, del problema culturale, è un mero “di cui” e non una variabile indipendente), ma un nuovo rapporto tra cittadino e Stato e una gestione della cosa pubblica in cui chi gestisce sia davvero un servitore dello Stato e non uno dei suoi padroni. Per noi, liberi nel poter esprimere il nostro pensiero, nuovo modello culturale significa un Paese in cui cessino di essere periodicamente varati condoni e scudi fiscali che, per ciniche esigenze di cassa, confermano tristemente come la scelta di pagare le tasse sia alla fine quella degli sciocchi o degli impossibilitati a fare altrimenti, perché l’unico comportamento razionale è occultare, attendere e far emergere quando arrivano i saldi.

Ecco, probabilmente, il vero motivo per cui certi richiami all’etica, così simili a quelli che noi stessi muoviamo da tempo, ci lasciano assai poco convinti quando arrivano, ad esempio, dagli ambienti dell’Amministrazione finanziaria: se, quando è il momento dei condoni e degli scudi fiscali, l’Agenzia delle Entrate ed Equitalia si astengono da commenti sull’operato dei governi e delle maggioranze parlamentari di turno, sottolineando che il proprio dovere è quello di applicare le norme e stop, è indiscutibile che adottano una posizione coerente al proprio ruolo, ma è altrettanto vero che quella stessa coerenza imporrebbe comportamenti conseguenti anche quando è il turno di esprimere commenti e valutazioni sulla condotta dei cittadini.
Molti, dall’esterno, credono che essere un libero professionista sia di per sé un privilegio, ma la realtà è che, per molti liberi professionisti, questa scelta di vita è piuttosto il rischioso prezzo che volentieri pagano per poter avere il privilegio di dire ciò che pensano. Sempre, però: non a intermittenza.

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