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EDITORIALE

Imprese immobiliari, forse in arrivo un anno di «ossigeno» sul fronte IVA

/ Enrico ZANETTI

Martedì, 16 novembre 2010

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Qualche tempo fa, avevamo richiamato l’attenzione sul problema che attanaglia le imprese di costruzione e ristrutturazione immobiliare, per quel che concerne i fabbricati abitativi ultimati o ristrutturati da più di quattro anni e, nel frattempo, non ancora venduti (si veda “Quattro anni e un funerale per le imprese immobiliari” del 27 luglio 2010).

Avevamo ricordato come l’ormai avvenuto compimento del quarto compleanno del famigerato DL 223/2006 aprisse la strada a una moltiplicazione dei casi in cui le inopinate disposizioni IVA da esso recate avrebbero cominciato a far danni su un settore già in crisi, colpendo peraltro proprio le imprese evidentemente più in difficoltà.

Sì, perché la norma con la quale viene previsto il passaggio dal regime di imponibilità IVA a quello di esenzione IVA per le cessioni di fabbricati abitativi, da parte delle imprese che li hanno costruiti o ristrutturati, quando la cessione si perfeziona oltre il quadriennio dall’ultimazione dell’edificazione o dell’intervento, comporta potenziali aggravi fiscali proprio in capo alle imprese che non riescono a realizzare velocemente il proprio “parco immobili” destinato alla vendita.

Un aggravio fiscale che talvolta può tradursi solo in un peggioramento del pro rata IVA corrente, talvolta può comportare addirittura obblighi di rettifica dell’IVA a suo tempo detratta, ma soprattutto può sempre mettere in difficoltà un’impresa che, se ci ha messo più di quattro anni a vendere, certo se la passa meno bene di chi viceversa vi è riuscito.

In quell’occasione, avevamo sottolineato come l’ideale sarebbe ripristinare tout court la disciplina “ante” DL 223/2006, salvo prevedere che anche le cessioni di fabbricati abitativi, ove effettuate nei confronti di altri soggetti passivi IVA, scontino l’applicazione dell’imposta con il regime del reverse charge, così da rendere anche per esse più impervie le frodi IVA che hanno oggettivamente caratterizzato il settore, scatenando poi l’inconsulta reazione del Legislatore nel 2006.

In subordine, avevamo auspicato che venisse quantomeno disposto che il passaggio dal regime d’imponibilità IVA (con ampliamento del reverse charge) a quello di esenzione IVA, per le cessioni di fabbricati abitativi da parte delle imprese che li hanno costruiti o ristrutturati, avvenisse non dopo appena quattro anni dall’ultimazione, bensì dopo dieci anni.

La politica ha scelto, ancora una volta, di tirare a campare

Essendo presente nel maxiemendamento del Governo al Ddl. recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di stabilità 2011), in discussione oggi alla Camera, la questione è stata presa in considerazione dalla politica, ma ciò è avvenuto secondo i tradizionali canoni “all’italiana”: si è scelto, molto banalmente, di tirare a campare, spostando di un anno il problema per la maggior parte dei casi per i quali lo spettro dell’esenzione IVA (e dei suoi conseguenti riflessi negativi o devastanti) è in arrivo adesso.
L’art. 5 del provvedimento, quale risultante dal maxiemendamento, stabilisce infatti che all’articolo 10, numero 8-bis del DPR 633/1972 si sostituiscano le parole “entro quattro anni” con “entro cinque anni”.
Capito?
Tutto come prima, solo un anno di tempo in più.

Si potrebbe dire: sempre meglio di niente.
Vero ma, a volte, avere la certezza che in chi legifera vi sia piena consapevolezza dell’esistenza di un problema oggettivo e che, nonostante ciò, sia incapace di fare nulla più che tirare a campare giorno per giorno alla meno peggio, è addirittura più frustrante che supporre una sorta di beata ignoranza.
E l’anno prossimo che faremo?
Un emendamento per dire che le parole “entro cinque anni” vengono sostituite con “entro sei anni”?
Un passettino minuscolo per volta e avanti piano anche sugli immobili: come tutto, del resto, in questo immobile Paese.

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