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Sabato, 4 luglio 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Per le spese di regia occorrono effettiva utilità e adeguata documentazione

Ai fini della deducibilità non è sufficiente esibire il contratto

/ Silvia LATORRACA

Mercoledì, 1 luglio 2020

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Con la sentenza n. 13085, depositata ieri, 30 giugno 2020, la Cassazione si è espressa nuovamente in merito alle condizioni per la deducibilità delle c.d. spese di regia, confermando gli orientamenti recentemente formulati dalla Suprema Corte.

Nel caso di specie, relativo al periodo d’imposta 2004, l’Ufficio aveva contestato la deducibilità dei costi sostenuti dalla società contribuente relativi a prestazioni di servizi rese e/o acquisite presso terzi dalla capogruppo e fatturate e/o riaddebitate alla società italiana. Detti servizi, forniti o acquisiti nell’interesse complessivo del gruppo, risultavano ripartiti tra le varie consociate in proporzione al fatturato di ciascuna di esse, ma dalla documentazione esibita dalla società non era possibile evincere né quali fossero state, in concreto, le prestazioni, né l’effettiva inerenza di esse rispetto all’attività esercitata dell’impresa italiana.

La Cassazione ha ricordato che costituisce diritto acquisito il principio secondo cui, qualora la società capofila di un gruppo d’imprese, al fine di coordinare le scelte operative delle aziende formalmente autonome e di ridurre i costi di gestione attraverso economie di scala, fornisca servizi e curi direttamente le attività di interesse comune alle società del gruppo ripartendone i costi fra le affiliate, l’onere della prova in ordine all’esistenza e all’inerenza dei costi sopportati incombe sulla società che affermi di aver ricevuto il servizio e, affinché il corrispettivo riconosciuto alla capogruppo sia deducibile ai fini delle imposte dirette e l’IVA contestualmente assolta sia detraibile, occorre che la controllata tragga dal servizio remunerato un’effettiva utilità e che quest’ultima sia obiettivamente determinabile e adeguatamente documentata (Cass. nn. 31405/2018, 23164/2017, 16480/2014, 8808/2012, 26851/2009).

Ciò che rileva, al riguardo, non è tanto la forfetizzazione percentuale dei costi riaddebitati dalla capogruppo alle controllate, ma il metodo di imputazione tra costi e servizi, che, qualora risulti poco chiaro, può rendere difficile la valutazione del beneficio ottenuto.
Ne deriva la legittimità della prassi amministrativa (C.M. n. 32/1980), che fondatamente subordina la deducibilità dei costi derivanti da accordi contrattuali sui servizi prestati dalla controllante (cost sharing agreements) all’effettività e all’inerenza della spesa all’attività d’impresa esercitata dalla controllata e al reale vantaggio che deriva a quest’ultima, senza che rilevino in proposito le esigenze di controllo della capogruppo, peculiari della sua funzione di shareholder (Cass. n. 31405/2018).

A tal fine, non è sufficiente l’esibizione del contratto riguardante le prestazioni di servizi fornite dalla controllante alle controllate e la fatturazione dei corrispettivi, dovendo emergere specificamente quegli elementi necessari per determinare l’utilità effettiva o potenziale conseguita dalla consociata che riceve il servizio (Cass. n. 16480/2014).

In applicazione di tali principi, la Cassazione ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate e cassato la sentenza impugnata, in quanto, con riguardo ai servizi concretamente forniti alla società contribuente dalla consociata estera, mancava una specifica selezione e disamina dei documenti ritenuti rilevanti ai fini del decidere, essendosi limitata la C.T. Reg. ad attribuire rilevanza al solo contratto relativo ai servizi infragruppo e alla documentazione che sarebbe stata prodotta dalla contribuente (report mensili di sintesi delle attività svolte, schede di rendiconto dei costi complessivi ripartiti tra le società partecipanti), senza alcun approfondimento idoneo a superare la genericità delle fatture, non indicanti specificamente la prestazione dei servizi a fronte dei quali l’erogazione sarebbe avvenuta.

Da valutare il reale vantaggio conseguito dalla controllata

Più in particolare, la Commissione non aveva indicato gli elementi probatori, che dovevano essere forniti dalla contribuente, a dimostrazione dell’inerenza e della utilità economica dei costi in contestazione, limitandosi a considerazioni (le società del gruppo, pur non avendo autonome strutture amministrative, producevano ricavi e risultavano attive; risultavano indicati i criteri di ripartizione dei costi generali riaddebitati; detti costi avevano comportato un vantaggio o un beneficio non occasionale in capo alla collegata, così che gli adempimenti indicati nel contratto risultavano correlati e necessari all’esercizio dell’attività della società; la contribuente aveva prodotto le fatture) del tutto sganciate dai complessi criteri di valutazione delle contestazioni sui costi infragruppo.

Inoltre, era stata riconosciuta la deducibilità dei suddetti costi sulla base del solo contratto infra-gruppo (quanto mai generico), senza alcuna valutazione del reale vantaggio conseguito dalla controllata, rectius dell’effettiva utilità tratta dalla medesima, oltre che in assenza di adeguata documentazione o di informazioni complementari fornite dalla contribuente.

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