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Mercoledì, 21 ottobre 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Peer to peer lending con ritenuta al 26% solo con autorizzazione di Bankitalia

Non è sufficiente essere un agente di un istituto di pagamento domiciliato nell’Unione europea

/ Salvatore SANNA

Sabato, 26 settembre 2020

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Con la risoluzione n. 56, pubblicata ieri, l’Agenzia delle Entrate è intervenuta sui requisiti per l’applicazione della ritenuta a titolo d’imposta del 26% sugli interessi da prestiti erogati tramite piattaforme destinate a soggetti finanziatori non professionali (peer to peer lending).

Nel caso di specie, è stata analizzata la possibilità che tale piattaforma sia rappresentata da un soggetto estero che risulta gestito da un altro soggetto (domiciliato in Francia) che opera in Italia in qualità di agente di un istituto di pagamento estero.
Entrambi gli operatori non sono autorizzati dalla Banca d’Italia.

La legge di bilancio 2018 (L. 205/2017) ha introdotto la ritenuta a titolo di imposta del 26% sui prestiti peer to peer (P2P), con l’obiettivo di delineare una normativa fiscale per il crowdfunding.
Per beneficiare di questo regime, occorre integrare due condizioni:
- la natura del soggetto finanziatore, che deve essere esclusivamente una persona fisica al di fuori dell’esercizio di una attività d’impresa;
- la qualifica del gestore della piattaforma, che deve essere un intermediario finanziario iscritto all’albo o un istituto di pagamento ai sensi della normativa prevista, rispettivamente, dagli artt. 106 e 114 del DLgs. 385/93, autorizzato dalla Banca d’Italia.

In presenza di questi presupposti, i proventi su tali prestiti non concorrono più alla formazione del reddito complessivo del percettore persona fisica non imprenditore da assoggettare a tassazione IRPEF progressiva in quanto, qualora percepiti per il tramite di determinati soggetti gestori delle piattaforme che applicano sui medesimi la tassazione a titolo definitivo, sono esclusi dal reddito imponibile e non devono essere indicati in dichiarazione dei redditi.

In merito al caso di specie, l’Agenzia delle Entrate osserva che l’investimento risulta effettuato su una piattaforma di servizi peer to peer lending operante in uno Stato estero europeo che non è gestita da un soggetto autorizzato dalla Banca d’Italia e, pertanto, ai proventi derivanti da detti investimenti corrisposti a soggetti italiani non è applicabile la ritenuta alla fonte a titolo di imposta.

Si conferma, quindi, l’impostazione delle risposte a interpello Agenzia delle Entrate nn. 168/2020 e 169/2020, precisando che sui proventi percepiti dalle persone fisiche residenti si applica l’art. 44, comma 1, lett. a) del TUIR, secondo cui sono redditi di capitale “gli interessi e altri proventi derivanti da mutui, depositi e conti correnti” dal momento che l’esercizio dell’attività di finanziamento attraverso le piattaforme di peer to peer lending risulta riconducibile, in generale, al contratto di mutuo ex art. 1813 c.c.

Muovendo da questo presupposto, si produce un reddito che concorre alla formazione del reddito complessivo da assoggettare ad aliquota progressiva IRPEF. A questi fini, è necessario compilare il rigo RL2 del modello REDDITI, indicando nella colonna 1 il codice “1” e nella colonna 3 le eventuali ritenute applicate dalla piattaforma che, precisa l’Agenzia, devono essere considerate a titolo di acconto.
Si conferma anche che l’investimento detenuto sulla piattaforma estera di P2P lending deve essere indicato nel quadro RW del modello REDDITI PF.

Niente IVAFE se lo strumento non è negoziabile

In materia di IVAFE, infine, è necessario verificare se l’investimento estero costituisce o meno un prodotto finanziario.
Occorre, quindi, analizzare quanto previsto dal DLgs. 58/98, per il quale rientrano, tra l’altro, in questo ambito:
- i valori mobiliari;
- gli strumenti del mercato monetario;
- le quote di un OICR;
- i contratti di opzione, i contratti finanziari a termine standardizzati (future), gli swap, gli accordi per scambi futuri di tassi di interesse e gli altri contratti derivati.

Guardando al caso concreto, si rileva che l’investimento sulla piattaforma estera non può essere estinto anticipatamente dall’investitore e l’attività di peer to peer lending si considera riconducibile a un contratto di mutuo e, in quanto tale, non assoggettabile a IVAFE perché non rientra tra i prodotti finanziari.
Neanche il conto di pagamento acceso dal contribuente risulta assoggettabile a IVAFE, in quanto non si tratta di un conto corrente bancario.

L’Agenzia delle Entrate osserva, infine, conformemente a quanto chiarito nelle risposte nn. 168/2020 e 169/2020, che l’IVAFE sarebbe dovuta qualora l’investimento dovesse disporre del requisito della “negoziabilità” nel mercato dei capitali. Tale caratteristica, infatti, lo qualificherebbe come un “prodotto finanziario”.

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