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Martedì, 26 gennaio 2021 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Fusione tra ENC prima della riforma del Terzo settore con registro al 3%

Vale l’art. 9 della Tariffa, parte I, allegata al DPR 131/86, per gli atti diversi da quelli altrove indicati con oggetto prestazioni a contenuto patrimoniale

/ Anita MAURO

Mercoledì, 13 gennaio 2021

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L’atto di fusione tra enti non commerciali, realizzato nel 2014, sconta l’imposta di registro in misura proporzionale con l’aliquota del 3%. Lo afferma la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 227, depositata ieri.

La pronuncia conferma il precedente orientamento, già accolto dalla pronuncia della Cassazione del 7 febbraio 2009 n. 4763, secondo cui, a norma dell’art. 4 comma 1 lett. b) della Tariffa, Parte I, allegata al DPR 131/86, solo le operazioni di fusione tra società o tra enti “aventi per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciale o agricola” scontano l’imposta di registro in misura fissa (200 euro).

La medesima impostazione è accolta anche dall’Agenzia delle Entrate che, nella circolare del 18 maggio 2013 n. 18, § 6.31, aveva distinto il regime impositivo indiretto della fusione a seconda della natura degli enti coinvolti. In breve, secondo questa interpretazione:
- la fusione tra società o tra enti aventi per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciale o agricola sconta l’imposta di registro fissa, a norma dell’art. 4 comma 1 lett. b) della Tariffa, Parte I, allegata al DPR 131/86;
- la fusione tra enti non aventi per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciale o agricola, esulando dall’art. 4 su citato ricadrebbe nella disposizione residuale dettata dall’art. 9 della Tariffa, Parte I, allegata al DPR 131/86 e sconterebbe, quindi, l’imposta di registro proporzionale del 3% (in tal senso, si veda anche la ris. Agenzia delle Entrate n. 2/2019).

In dottrina, alcuni hanno, però, rilevato che l’esclusione dell’applicazione dell’art. 4 della Tariffa non basta per sostenere l’applicabilità dell’imposta di registro del 3% agli atti di fusione degli enti non commerciali; invece, tenendo conto delle più recenti tesi sulla natura della fusione, secondo le quali essa non avrebbe effetti successori, ma solo modificativi degli enti coinvolti (Cass. SS.UU. 2637/2009), l’atto di fusione tra enti non commerciali potrebbe essere qualificato come atto non avente ad oggetto prestazioni a contenuto patrimoniale, da assoggettare ad imposta di registro fissa ex art. 11 della Tariffa, Parte I, allegata al DPR 131/86.

Tuttavia, la Cassazione non condivide questa ultima tesi ed afferma, invece, che l’atto di fusione tra enti non commerciali, operato nel 2014, non potendo usufruire dell’imposta fissa (riservata dall’art. 4 della Tariffa alle fusione tra enti commerciali), sconti l’imposta di registro del 3%, prevista dall’art. 9 della Tariffa, parte I, allegata al DPR 131/86, per gli “atti diversi da quelli altrove indicati aventi per oggetto prestazioni a contenuto patrimoniale”.

Si segnala – e la Suprema Corte non manca di ricordarlo – che la riforma del Terzo settore ha innovato la disciplina in oggetto. Infatti, a norma dell’art. 82 comma 3 del DLgs. 117/2017, le operazioni di fusione poste in essere da enti del Terzo settore comprese le cooperative sociali ed escluse le imprese sociali costituite in forma di società scontano le imposte di registro, ipotecaria e catastale in misura fissa.

Tale disciplina, nelle more dell’operatività del Registro unico nazionale del Terzo settore, a norma dell’art. 104 del DLgs. 117/2017 trova applicazione, in via provvisoria, dal 1° gennaio 2018, alle ONLUS di cui all’art. 10 del DLgs. 4 dicembre 1997 n. 460 iscritte negli appositi registri, alle organizzazioni di volontariato iscritte nei registri di cui alla L. 11 agosto 1991 n. 266 ed alle associazioni di promozione sociale iscritte nei registri nazionali, regionali e delle Province autonome di Trento e Bolzano previsti dall’art. 7 della L. 7 dicembre 2000 n. 383.

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