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EDITORIALE

Giusto, ma ingiusto l’automatismo IRAP per le Regioni con deficit sanitari

/ Enrico ZANETTI

Lunedì, 5 luglio 2010

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Il deficit sanitario del Lazio, della Campania, della Calabria e del Molise si è tradotto in un incremento delle aliquote IRAP per imprese e lavoratori autonomi che operano in quelle regioni.
La legge prevede espressamente questo automatismo, ma è comunque comprensibile lo scoramento dei contribuenti di fronte al concretizzarsi dell’evento.
Il principio per effetto del quale, in presenza di bilanci regionali disastrati, bisogna anzitutto battere cassa presso i contribuenti che risiedono in quella regione e che si sono eletti, negli anni, cotanto abili e accorti amministratori, è a dir poco sacrosanto e nessuno può pensare di metterlo in discussione.

Quello che però lascia perplessi è l’imposta prescelta per dare questo primo condivisibile segnale di utilizzo della leva fiscale per la responsabilizzazione dei corpi elettorali.
Infatti, a differenza dell’IRPEF e delle sue addizionali che si applicano indistintamente a tutti i cittadini e residenti, l’IRAP un’imposta che si applica esclusivamente alle imprese e ai lavoratori autonomi.
In altre parole, è una imposta settoriale dal punto di vista soggettivo.
Ebbene: se il bilancio di una regione è in deficit, a causa di una classe dirigente incapace di creare consenso su qualcosa di diverso dallo sperpero generoso di spesa pubblica, qualcuno è in grado di spiegare perché a pagarne il prezzo devono essere solo imprese e lavoratori autonomi e non anche gli altri contribuenti che risiedono in quella regione?

Si dirà: poiché il presupposto dell’aumento è il deficit relativo al comparto sanitario e poiché l’intero gettito dell’IRAP è destinato a finanziare la sanità, è logico che l’aumento automatico del prelievo venga applicato con riguardo a quest’ultima imposta.

L’IRAP non è trasversale a tutte le tipologie di contribuenti

In realtà, non è per nulla logico ed è a dir poco iniquo, proprio a causa della tipologia dell’imposta che, pur essendo andata a sostituire, tra gli altri tributi, anche il contributo sanitario nazionale, non ne ha però le caratteristiche di imposta trasversale a tutte le tipologie di contribuenti.
Forse che della sanità pubblica usufruiscono solo imprenditori e liberi professionisti?
In che modo viene responsabilizzato, da questo automatismo “deficit regionale = incremento di imposizione locale”, il lavoratore dipendente o il pensionato?

C’è poco da fare, per qualunque verso la prendi, l’IRAP crea iniquità e distorsioni.
L’unico motivo per cui non si riesce ad eliminarla, ripristinando eventualmente altre forme di prelievo più coerenti di cui essa aveva preso il posto, è perché funziona dannatamente bene in termini di gettito.
E in un Paese il cui sistema fiscale è fondato sulle esigenze di gettito e sulla riscossione, anziché sull’equità contributiva e sulla giustizia, questo è un elemento che basta e avanza a mantenerla in vita sine die.
Fosse un’imposta equa in termini di principio, ma scarsamente produttiva in termini di gettito, come ad esempio l’imposta di successione, l’avremmo già abolita o sostituita da un pezzo.

È però indubitabile che le colpe maggiori vadano ricondotte a chi ha avuto la bella pensata di introdurre una imposta come l’IRAP, giudicandola con protervia una grande intuizione, anziché il bislacco cumulo di contraddizioni che è: l’indimenticato Ministro delle finanze dell’epoca, Vincenzo Visco, congiuntamente al suo entourage di consulenti e consiglieri economici che ancora oggi pontificano sul possibile futuro del nostro sistema fiscale.
Corresponsabili, non dimentichiamolo, i grandi sindacati confederali e pure quella Confindustria che oggi piange lacrime amare, ma che all’epoca giudicò interessante un tributo che poteva permettersi di premiare la grande impresa, perché andava a pescare la differenza nelle tasche di quella piccola e dei liberi professionisti italiani.

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