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Giovedì, 11 agosto 2022 - Aggiornato alle 6.00

EDITORIALE

Sette riflessioni per andare «oltre Cortina»

/ Enrico ZANETTI

Martedì, 10 gennaio 2012

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Dopo il primo commento a caldo dei controlli effettuati il 30 dicembre a Cortina dagli 80 funzionari dell’Agenzia delle Entrate (si veda “A Cortina sono andati in scena il Paese e le sue contraddizioni” del 6 gennaio 2012), ma soprattutto dopo le furiose polemiche e controrepliche che hanno fatto da prolungato corollario al blitz ampezzano, abbiamo provato a mettere in ordinata fila alcune riflessioni che hanno trovato, sabato scorso, ospitalità sulle colonne del quotidiano Il Tempo, diretto da Mario Sechi.

Ve le riproponiamo di seguito, con qualche spunto ulteriore, certi che nessuno vi si potrà ritrovare interamente, ma confidando che nessuno possa ritenerle tutte inconciliabili al proprio modo di concepire il difficile rapporto tra cittadino e Stato. In questo quadro di preoccupante conflittualità crescente, ciò di cui abbiamo bisogno sono i punti di contatto tra visioni diverse, assai più che non i punti di perfetta identità di vedute, per riuscire ad andare tutti insieme “oltre Cortina”, con la “C” maiuscola, ma soprattutto “oltre le tante cortine”, con la “c” minuscola, che sempre più stanno pericolosamente dividendo questo Paese, tutt’altro che unico e indivisibile.

Uno: per sconfiggere l’evasione fiscale, i presidi di cassa da parte dei funzionari dell’Amministrazione finanziaria costituiscono linee d’azione rispettose del diritto di difesa del contribuente, assai piu’ che studi di settore e discutibili presunzioni statistiche varie. Ogni polemica sul punto è strumentale e inaccettabile, posto che, la critica, può essere semmai che ancora oggi l’Agenzia delle Entrate tende a privilegiare troppo spesso comodi accertamenti presuntivi a tavolino a questo tipo di meritoria attività investigativa sul territorio. Un plauso alla Direzione Regionale del Veneto e l’invito a ricorrere sempre più frequentemente a questa modalità di controllo sugli esercizi commerciali.

Due: il rastrellamento in loco di targhe di automobili, ai fini del loro incrocio con i dati reddituali degli intestatari, è scarsamente significativo, perché basta far funzionare decentemente l’Anagrafe tributaria per poter condurre questo tipo di controllo su tutto il territorio nazionale. Qui appaiono legittime le rimostranze dei politici e degli operatori economici locali, in ordine alla componente di spettacolarizzazione dell’intervento, al netto del fatto che, all’Amministrazione finanziaria, può essere comunque utile constatare chi utilizza concretamente veicoli intestati a società o a persone fisiche che potrebbero essere meri prestanome.

Tre: la gran parte dei commenti di esponenti di primo piano della ex maggioranza di Governo è francamente imbarazzante per chi, oggi, ne sottoscriverebbe volentieri il pensiero. La pressione fiscale è insostenibile; non c’è equilibrio tra lotta all’evasione e lotta a corruzione e sprechi; gli accertamenti sono esecutivi anche in pendenza di giudizio, nonostante poi, il 40% delle volte, in giudizio, risulti aver ragione il contribuente. Tutto sacrosanto, ma dov’erano negli ultimi tre anni questi politici di primo piano mentre misure, come appunto gli accertamenti esecutivi, venivano introdotte tra le perplessità dei commercialisti che queste cose le dicono da sempre? Stavano nel Governo a proporle o in maggioranza a votarle, ecco dove stavano.

Quattro: i funzionari dell’Agenzia delle Entrate e di Equitalia che operano sul campo, come gli 80 della fredda giornata e nottata cortinese, meritano tutta la nostra più sincera solidarietà, perché si ritrovano sbattuti in prima linea da una classe politica che, non solo è inadempiente sul fronte dell’eliminazione dei privilegi e dei tagli di spesa, ma spara loro addosso dalle comode retrovie della pseudo maggioranza e pseudo opposizione in cui oggi si ritrova.

Cinque: nonostante sia del tutto comprensibile che quanto appena osservato ai punti 3) e 4) appaia, ai vertici dell’Agenzia delle Entrate, come un’inaccettabile aggressione, il loro ufficio stampa non dovrebbe diramare comunicati con dati proposti secondo modalità degne di tecniche di marketing e  con l’aggiunta pure di qualche inciso dal sapore strafottente. Il sindaco di Cortina ha ragioni da vendere quando chiede di conoscere quali saranno i concreti recuperi di evasione che seguiranno a questi dati, posto che lasciano intendere un quadro generalizzato di evasione ai limiti del paratotale. Se proprio qualche entità istituzionale dovesse ritenere opportuno fare questo tipo di uscite stampa e ironie varie, questa dovrebbe essere il Ministero dell’Economia (come poi ha in parte fatto), ossia l’organo politico, di cui l’Agenzia delle Entrate è il mero braccio operativo convenzionato. Così, invece, si trasmette sempre più nel cittadino comune la sensazione che la ragguardevole mole di risorse, informazioni e poteri messi a disposizione di questo ente tecnico lo stia trasformando in un vero e proprio player politico, che non si limita ad attuare indirizzi, bensì concorre in modo proattivo a determinarli, con il Ministero dell’Economia che gli va al traino, anziché viceversa. Tutto questo non fa bene alla lotta all’evasione e nemmeno ai dipendenti stessi dell’Amministrazione finanziaria che stanno “in prima linea” sul territorio.

Sei: dobbiamo scrollarci di dosso alcune esagerazioni concettuali, indotte anche da alcuni spot televisivi non proprio azzeccatissimi, secondo cui l’evasore fiscale è il primo parassita della società. Non è semplice, perché si tratta del pensiero oggi dominante, in un Paese in cui, storicamente, chi domina rimane sempre in sella fino al tracollo rovinoso, ma dobbiamo provarci proprio perché il bonus dei tracolli rovinosi lo abbiamo ormai esaurito e ci serve, da parte di tutti, la capacità di vedere le cose per quello che sono e, soprattutto, l’onestà intellettuale per riconoscerlo. L’evasore fiscale è senza dubbio un soggetto che va perseguito con fermezza, stante la rilevante pericolosità sociale della sua condotta, in un momento in cui ciascuno deve fare la sua parte. Non fingiamo però di non renderci conto che chi sperpera le risorse pubbliche, raccolte grazie alla contribuzione sulla ricchezza creata da altri, è ancora più parassita di chi omette di versare le imposte su una ricchezza che si prende quantomeno la briga di creare. Sembrano sottigliezze, invece sono presupposti cognitivi fondamentali per poter impostare una lotta all’evasione che sia efficiente anziché ideologica, ma soprattutto inserita in un più ampio contesto di afflato legalitario, che guardi anche alla corruzione e agli sperperi nel settore pubblico e le consenta così di essere davvero emotivamente partecipata da tutti i cittadini e non soltanto da una parte di essi. Vogliamo la Corte dei Conti-Agenzia delle Uscite.

Sette: la frase del Premier e Ministro dell’Economia, Mario Monti, “gli evasori mettono le mani in tasca agli Italiani” sarà un dogma inscalfibile (e non soltanto una studiata provocazione nei confronti del suo predecessore) soltanto quando esisterà in questo Paese un Governo che prenda quanto recuperato dall’evasione fiscale e lo restituisca pari pari agli Italiani sotto forma di riduzione delle imposte per chi già le paga. Nel 2009 l’Agenzia delle Entrate ha recuperato dagli evasori circa 9 miliardi di euro, saliti a 10 miliardi nel 2010; il 2011 dovrebbe chiudersi a 11 miliardi e per il prossimo anno già se ne auspicano almeno 12. Quante di queste risorse sono state rimesse nelle tasche degli Italiani da cui, secondo Monti, gli evasori le avrebbero prelevate?
Nessuna. Attendiamo fiduciosi e, soprattutto, ormai impazienti.

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