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Giovedì, 29 ottobre 2020 - Aggiornato alle 6.00

FISCO

Errori di fatturazione rimediabili anche senza nota di credito

La Corte di Cassazione ha affermato che deve essere riconosciuto il più generale diritto al rimborso

/ Emanuele GRECO

Giovedì, 1 ottobre 2020

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Nell’ipotesi in cui sia stata erroneamente emessa fattura con addebito dell’IVA per operazioni non imponibili, il cedente o prestatore ha diritto al recupero dell’imposta versata mediante nota di credito ovvero mediante azione di rimborso all’Erario, qualora sia accertato il definitivo venir meno del rischio di perdita di gettito fiscale da parte del destinatario della fattura.
L’importante principio di diritto è stato confermato dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 20843 depositata ieri, 30 settembre 2020.

Il caso affrontato dai giudici di legittimità riguardava un soggetto passivo che aveva emesso fattura addebitando erroneamente l’IVA in rivalsa, poiché l’operazione effettuata non richiedeva l’applicazione dell’imposta (dai fatti di causa, sembrerebbe trattarsi di una cessione d’azienda, non soggetta al tributo ex art. 2 del DPR 633/72).
Tuttavia, il fornitore non aveva provveduto alla variazione in diminuzione ai sensi dell’art. 26 del DPR 633/72 ed era stata negata dall’Erario la richiesta di rimborso “anomalo” ai sensi dell’art. 21 secondo comma del DLgs. 546/92 (oggi specificamente disciplinato, in ambito IVA, dall’art. 30-ter del DPR 633/72).

Oltretutto, la procedura di rettifica in diminuzione ex art. 26 del DPR 633/72 è facoltativa per il cedente o prestatore, potendo quest’ultimo, in termini generali, avvalersi sempre dell’esercizio dell’azione generale di rimborso (cfr. Cass. 7 giugno 2017 n. 14239).

Con la pronuncia in argomento, la Suprema Corte, anche in assenza della procedura di variazione ex art. 26 del DPR 633/72, riconosce il diritto del soggetto passivo alla restituzione dell’IVA indebitamente applicata, a condizione che sia offerta dimostrazione della definitiva eliminazione del rischio di perdita del gettito erariale derivante dall’utilizzo della fattura da parte del cessionario o committente ai fini dell’esercizio del diritto alla detrazione.

Nella fattispecie esaminata dalla Cassazione, il cessionario o committente aveva, d’altro canto, già esperito l’azione giudiziale di ripetizione dell’indebito (art. 2033 c.c.) con riferimento alla maggiore IVA versata a seguito di rivalsa del cedente o prestatore.

Più in generale, secondo quanto osservato dai giudici, il ricorrere di un rischio di perdita del gettito erariale è da escludere quando la fattura erroneamente emessa è tempestivamente rettificata ai sensi dell’art. 26 del DPR 633/72, emendando gli errori concernenti l’emissione o l’indicazione dei dati riportati nella fattura, “funzionali ad assicurare il ripristino della corrispondenza tra realtà economica e rappresentazione cartolare della stessa”.

In alternativa, non vi è rischio di perdita per l’Erario:
- quando risulti accertato che il cessionario o committente non abbia “utilizzato” ai fini fiscali la fattura ricevuta, vale a dire non l’abbia annotata nel registro degli acquisti o in altre scritture contabili destinate a evidenziare il diritto alla detrazione;
- oppure quando l’Amministrazione finanziaria abbia contestato e definitivamente disconosciuto con provvedimento divenuto definitivo (o riconosciuto legittimo con accertamento passato in giudicato) il diritto alla detrazione vantato dal destinatario della predetta fattura.

La pronuncia di Cassazione tiene a mente, comunque, come presupposto essenziale, che in materia di IVA vige il c.d. principio di “cartolarità”, in forza dell’art. 21 del DPR 633/72, tale per cui il soggetto passivo è tenuto a versare l’imposta indicata in fattura a meno che non l’abbia tempestivamente corretta o annullata ai sensi dell’art. 26 del DPR 633/72, anche al fine del corretto esercizio del diritto di detrazione da parte del destinatario del documento.

Il richiamato principio di “cartolarità”, a sua volta, trova riscontro nella giurisprudenza comunitaria, la quale ha interpretato il vigente art. 203 della direttiva 2006/112/Ce nel senso che chiunque esponga l’IVA in fattura risulta debitore del tributo, in relazione all’esigenza di eliminare il rischio di perdita di gettito fiscale derivante dall’esercizio del diritto a detrazione (cfr. Corte Giustizia Ue 8 maggio 2019, causa C-712/17, EN.SA); qualora il rischio di perdita di gettito fiscale sia stato eliminato (o sia venuto meno), non può essere negato al soggetto passivo il diritto al rimborso dell’IVA indicata erroneamente in fattura (Corte di Giustizia Ue 11 aprile 2013, causa C-138/12, Rusedespred).

In ultimo, vi è da considerare che, nel sistema attualmente vigente, l’art. 6 comma 6 del DLgs. 471/97 consente al cessionario o committente l’esercizio del diritto alla detrazione dell’IVA erroneamente addebitata dal cedente o prestatore (ferma la sanzione da 250 euro a 10.000 euro), nonostante vi sia ancora incertezza sull’applicabilità della disposizione anche alle operazioni non imponibili, esenti o escluse da IVA.
Alla luce di questa disciplina, pertanto, il soggetto passivo emittente dovrà avere cura di verificare che il diritto alla detrazione non sia stata esercitato dalla controparte e di ottenerne prova, prima di esperire una richiesta di rimborso “generico” di cui all’art. 30-ter del DPR 633/72, oltre alla più generale dimostrazione che ogni altro rischio di frode è stato eliminato.

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