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Mercoledì, 14 aprile 2021 - Aggiornato alle 6.00

IMPRESA

Rilevanza dei requisiti di fallibilità per l’insolvenza delle cooperative alla Consulta

Incerta la legittimità di un sistema che prescinde dalle dimensioni e dall’attività d’impresa

/ Marco PEZZETTA

Venerdì, 9 aprile 2021

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Le società cooperative, se insolventi, sono assoggettate a liquidazione coatta amministrativa (art. 2545-terdecies c.c.); per esse può aversi altresì la dichiarazione di insolvenza da parte del tribunale territorialmente competente, a mente dell’art. 195 del RD 267/1942, su istanza dell’autorità amministrativa vigilante o dei creditori, nonché, ai sensi dell’art. 202 del RD 267/42, su ricorso del commissario liquidatore o del pubblico ministero.

Nel presupposto che lo stato di insolvenza è – a parte il caso di gravi irregolarità gestionali – requisito essenziale per la dichiarazione di liquidazione coatta amministrativa (LCA) di una cooperativa, gli effetti della successiva sentenza del tribunale che accerta tale stato sono sostanzialmente circoscritti alle disposizioni della legge fallimentare in materia di revocatoria fallimentare e di reati fallimentari, altrimenti non applicabili. Queste ultime rappresentano disposizioni che derogano, con maggiore rigore, al diritto comune e possono essere applicate, di norma, solo alle imprese fallibili, aventi natura commerciale e che superino le soglie fissate dall’art. 1 del RD 267/1942.

Le succitate norme del codice civile (in tema società cooperative) e della legge fallimentare (circa l’insolvenza delle imprese assoggettate a LCA), non richiedono invece particolari requisiti, né in merito alla natura commerciale dell’attività, né, tantomeno, alle dimensioni della stessa.
Di particolare interesse, quindi, capire se la dichiarazione di insolvenza possa essere accertata dal tribunale anche per le cooperative che, se fossero state costituite nella forma di una società lucrativa, non sarebbero fallibili in ragione dell’entità di attivo, ricavi e debiti, ovvero dell’attività commerciale.

L’orientamento della dottrina, incentrato in particolare sul commento dell’art. 195 L. fall., non è univoco. La giurisprudenza di merito, invece, appare prevalentemente orientata a ritenere possibile accertare l’insolvenza “giudiziaria” anche nel caso di mancato superamento delle soglie dimensionali.

Sul tema, è intervento il Tribunale di Udine con ordinanza 25 gennaio 2021, che ha rimesso alla Corte Costituzionale la questione di legittimità dell’art. 202 comma 1 del RD 267/1942, “nella parte in cui prevede che il tribunale deve pronunciare sentenza di accertamento dello stato di insolvenza della società cooperativa sottoposta a liquidazione coatta amministrativa anche in assenza dei requisiti soggettivi richiesti per la dichiarazione del fallimento di un imprenditore costituito in ... società lucrativa ...”.

Il Tribunale cita un precedente di legittimità (Cass. n. 9681/2013), che ha ritenuto inapplicabile l’ultimo comma dell’art. 15 L. fall. alle società cooperative esclusivamente mutualistiche, la cui dichiarazione di insolvenza ex art. 195 “non è impedita dalla circostanza che l’ammontare dei debiti della società, scaduti e non pagati, sia complessivamente inferiore a euro 30.000”. Tale arresto, anche se non puntualmente riferito al caso in esame, può essere considerato, in linea con la giurisprudenza di merito sopra menzionata, orientato sulla base di una interpretazione letterale dell’art. 195 L. fall. e quindi “nel senso della irrilevanza dei requisiti soggettivi di fallibilità ai fini dell’accertamento (giudiziario, ndr) dello stato di insolvenza”.

Nonostante tale orientamento, i giudici del Tribunale di Udine proseguono argomentando che, se da un lato la scelta di sottoporre le società cooperative insolventi alla LCA è coerente con il sistema di controlli di legge a presidio del corretto impiego degli incentivi pubblici di cui gode il sistema cooperativo, dall’altro occorre – opportunamente – chiedersi se la medesima coerenza possa essere rinvenuta in una disposizione che consenta l’accertamento dello stato di insolvenza di un operatore economico, indipendentemente dalle sue dimensioni, dal tipo (lucrativo o meno) di attività svolta e (quindi) della forma giuridica assunta.

A rafforzare la fondatezza della questione sollevata dal tribunale sovviene anche l’esame della residua disciplina applicabile all’insolvenza dei soggetti non fallibili, sia vigente (la L. n. 3/2012), che di prossima entrata in vigore (a partire dal 1° settembre 2021 con il DLgs n. 14/2019). In tal senso, infatti, né la legge sul c.d. sovraindebitamento, né gli artt. 297 e 298 del DLgs 14/2019 prevedono l’applicabilità di istituti analoghi a quelli della revocatoria fallimentare o di disposizioni di carattere penale proprie della disciplina del fallimento/della liquidazione giudiziale, così lasciando intendere che i due parametri che discriminano l’accesso alle procedure “maggiori”, rappresentati dalla dimensione e dalla natura giuridica dell’impresa, debbano essere ritenuti rilevanti anche ai fini dell’accertamento dell’insolvenza delle società cooperative.

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