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Martedì, 7 dicembre 2021 - Aggiornato alle 6.00

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Miani: «No a nuovi esami, ma la professione deve cambiare»

Il Presidente del CNDCEC boccia la proposta di legge che prevede ulteriori abilitazioni per i commercialisti e lancia un «grande patto» per il futuro della categoria

/ Savino GALLO

Mercoledì, 23 dicembre 2020

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La proposta di legge che prevede l’introduzione di specifici esami di abilitazione per i commercialisti che esercitano la difesa in contenzioso e per quelli che intendono essere nominati curatore fallimentare, liquidatore o commissario giudiziale sembra avere poche sponde in Parlamento (tanto è vero che uno dei quattro proponenti, Caretta di Fratelli d’Italia, ha chiesto di ritirare la propria firma) e, probabilmente, è destinata a rimanere in uno dei cassetti di Montecitorio. Allo stesso tempo, però, ha riaperto uno questione su cui si dibatte da tempo: la proliferazione di albi ed elenchi esterni alle professioni ordinistiche, che rischiano di svuotare gli stessi Ordini professionali. Temi di cui Eutekne.info ha parlato con il Presidente del CNDCEC, Massimo Miani.

Presidente, come ha accolto questa proposta di legge?
“Non ho ancora parlato con la Presidente Masi (Presidente del CNF, ndr), ma ho intenzione di sentirla per capire da dove nasca una proposta che mi pare abbastanza assurda per come è stata impostata. Allo stesso tempo, però, devo tornare su quello che dico da anni. Il mondo delle imprese richiede competenze diverse e più specialistiche. Il sistema pubblico non solo le richiede ma le vuole anche disciplinare, introducendo albi ed elenchi esterni alle professioni. Ritardare il percorso delle specializzazioni ha portato all’implementazione di questi albi, che poi non sarà facile riportare all’interno della professione, e porta ad avere a che fare con iniziative come questa proposta di legge, che rimane priva di senso, ma noi non possiamo dire di no e basta, dobbiamo creare un percorso analogo”.

In che modo le specializzazioni avrebbero evitato la proliferazione di albi esterni?
“Avremmo potuto obiettare al Governo che di fatto questi albi c’erano già o erano in procinto di arrivare nell’ambito della professione. Poi non è scontato che avremmo evitato questo risultato, però avremmo potuto aprire un dibattito. Se oggi vogliono fare un albo è per avere contezza che le persone iscritte siano professionisti che hanno esperienza, preparazione, formazione. Sono gli stessi concetti che abbiamo messo nelle specializzazioni”.

È ormai solo un rimpianto o qualcosa che si può ancora fare?
“Io sono sicuro che questa cosa prima o poi verrà fatta. Certo, è un peccato che nel 2017 il processo si sia interrotto, dopo aver discusso e condiviso già tutto con il Ministero della Giustizia, per i contrasti interni alla nostra professione. A tre anni di distanza, nonostante abbia provato a fare sintesi attraverso tanti incontri con Ordini e associazioni, non siamo più riusciti a riproporlo, ma è comunque un percorso obbligato per la professione”.

All’epoca si disse che la riforma non era stata condivisa.
“Intanto, si trattava di un emendamento generico che rimandava la declinazione della riforma a un regolamento successivo. Su quello avremmo potuto discutere ampiamente. Detto ciò, questo Consiglio nazionale ha fatto delle specializzazioni uno dei punti fondanti del suo programma ed è stato eletto con il 70%. Parliamo dell’unico organo che, per legge, ha la rappresentanza degli iscritti, a differenza dei sindacati che sono associazioni volontarie. Credo che avremmo avuto tutto il diritto di portare avanti questo progetto e che averlo bloccato sia stata un’azione sbagliata e assolutamente scorretta. Anche perché il treno passa una volta sola e bisogna essere bravi a saperlo prendere”.

Dice che la politica non è più disposta ad avallare le specializzazioni?
“Ho avuto una lunga chiacchierata con il Ministro dell’Università su una serie di questioni legate al futuro della professione: percorsi di accesso, tirocinio, specializzazioni. Abbiamo condiviso molte cose e mi ha garantito che avrebbe costituito un tavolo con il Ministero della Giustizia per discutere e capire quali temi sviluppare per migliorare la professione”.

Dove si deve lavorare secondo lei?
“Penso che il commercialista del futuro debba passare obbligatoriamente da un percorso diverso rispetto al passato. Il mondo è cambiato, si è evoluto, mentre noi non l’abbiamo fatto permettendo ad altri soggetti di superarci e distanziarci. Se dovessi riscrivere oggi il programma elettorale ci scriverei più o meno le stesse cose di quattro anni fa, ragionando in particolare su cinque aspetti: infrastrutture tecnologiche che consentano di recuperare marginalità nelle attività di base, norme che permettano di sviluppare società tra professionisti e aggregazioni, funzioni sussidiarie, specializzazioni ed equo compenso”.

Se lo scriverebbe uguale significa che in questi quattro anni non si è riusciti a raggiungere questi obiettivi, o no?
“Su alcuni aspetti abbiamo fatto passi in avanti. Sulle infrastrutture tecnologiche, ad esempio, abbiamo intavolato un discorso con la Cassa, creando un gruppo di lavoro, ma parliamo di un percorso per il quale non sono sufficienti quattro anni. Le specializzazioni avremmo già potuto farle. Certo, se ci facciamo dispetti tra di noi il percorso diventa ancora più lungo e complicato. È necessario che il prossimo Consiglio nazionale, da chiunque sia composto, una volta che si è insediato venga seguito e appoggiato da tutti. Se lo ostacoliamo per questioni politiche o di visibilità non si va da nessuna parte”.

Prima che arrivi il prossimo CNDCEC, però, potrebbe volerci ancora un po’ di tempo, visto che le elezioni sono state sospese dal Consiglio di Stato. Cosa succederà?
“Non lo so. Ad oggi, l’unica cosa certa è la sospensione legata al mancato rispetto delle quote di genere, tema che noi avevamo sollevato da tempo. Ora aspettiamo le decisioni del TAR. Noi abbiamo difeso il nostro operato, ma nello stesso tempo abbiamo detto che conoscevamo la questione. Se c’è un problema di incostituzionalità qualcuno lo deve risolvere. Noi vogliamo che le elezioni si svolgano nella regolarità assoluta”.

Però, c’è anche chi dice che tutto sommato non vi dispiaccia rimanere un altro po’ in carica.
“Io sono un commercialista, ho uno studio e tante cose da fare. Stare uno o due mesi in più in Consiglio nazionale non mi cambia assolutamente nulla. Spero che questo problema si risolva il prima possibile. Tanto è vero che, nello stesso giorno in cui abbiamo ricevuto l’ordinanza del Consiglio di Stato, ho dato mandato all’avvocato di richiedere la trattazione d’urgenza al TAR”.

Che potrebbe rimettere alla Consulta o annullare il regolamento e far rivotare, visto che nel frattempo sarà introdotto l’obbligo dei due quinti nelle liste.
“Quell’emendamento, però, è stato modificato: ora si riferisce alle liste e non ai componenti del Consiglio. Così facendo si snatura il principio, perché potrei mettere le quote di genere tra i candidati supplenti e nei Consigli cambierebbe poco o nulla. Evidentemente, qualcuno non voleva introdurre il principio così come dovrebbe essere introdotto”.

Anche senza l’intervento della Consulta, dunque, potrebbe servire un ulteriore passaggio legislativo. Questo significa tempi più lunghi. Si aspetta una proroga oppure c’è il rischio commissariamento?
“Ho parlato con il Ministero. Anche loro stanno approfondendo la questione, che non è semplice da definire almeno fino a quando lo scenario non sarà più chiaro. Certo che pensare a 131 commissariamenti è un po’ complicato”.

Quindi potrebbe essere ancora presto per fare un bilancio di fine mandato?
“Noi stiamo continuando a lavorare e continueremo a farlo fino a quando ne abbiamo la possibilità”.

Anche se ci fosse la possibilità di fare adesso le specializzazioni? Oppure si attiene al principio, non scritto, che le riforme strutturali vanno fatte all’inizio e non alla fine?
“Beh, se non te le fanno fare all’inizio va bene farle anche alla fine”.

Tornando al bilancio, vuole provarci?
“Io penso che il percorso che abbiamo individuato rimane quello corretto. Ma anche che non si arriva ai risultati con le contrapposizioni interne. E questo deve far riflettere, perché questo tipo di contrapposizioni, strumentali, egoistiche, si ripetono da tempo. Bisognerebbe fare un grosso patto tra tutti, individuare tre-quattro punti imprescindibili e lavorare compatti in quella direzione, indipendentemente da quelle che sono le ambizioni politiche, le simpatie e i ruoli di ognuno”.

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